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Come fare ottimi flat-field

I flat field sono probabilmente le immagini di calibrazione più importanti nella fotografia deep-sky. Eppure molti astrofotografi se ne accorgono solo dopo, quando fanno il primo stretch e vedono comparire vignettatura, aloni, polvere e disuniformità del fondo cielo. A quel punto è troppo tardi: in elaborazione si può migliorare qualcosa, ma separare perfettamente i difetti del campo dal segnale debole di una nebulosa o dall’alone di una galassia diventa estremamente difficile.

 

Cosa fanno davvero i flat

Un flat field serve a misurare come il sistema ottico-sensore risponde a una sorgente uniforme. In pratica registra vignettatura, polvere, piccole variazioni di risposta del sensore e altri difetti introdotti dal treno ottico. Per questo, in fase di calibrazione, i light (le immagini del soggetto fotografato) vengono divisi per un master flat normalizzato. È una correzione moltiplicativa, non cosmetica: se il flat è fatto bene, il fondo cielo torna uniforme e il segnale reale emerge molto meglio.

 

Le due regole che contano davvero

La prima regola è semplice: il flat va ripreso con la stessa configurazione ottica dei light. Questo significa stesso filtro o stessa configurazione di filtri, stesso orientamento della camera, stesso treno ottico e, idealmente, stessa messa a fuoco o comunque una messa a fuoco molto vicina. Se smontiamo qualcosa, ruotiamo la camera, cambiamo filtro o muoviamo sensibilmente il fuoco, servono nuovi flat. La seconda regola è che anche i flat vanno calibrati correttamente: di solito è sufficiente usare i bias frame.

 

Esposizione e numero

Non serve inseguire un numero magico, ma il singolo scatto di flat non deve essere né troppo buio né vicino alla saturazione. Una regola pratica molto usata è tenere l’istogramma circa a metà, o comunque nella zona 30-50% della dinamica. Su una camera a 16 bit questo corrisponde spesso a circa 20000–30000 ADU, con molte configurazioni che lavorano bene intorno a 20-26 mila ADU. Anche il numero dei flat non va mitizzato: almeno 16 è una buona base, una ventina o poco più è già più che adeguata nella maggior parte dei casi. Farne di più può ancora aiutare, ma non compensa flat scadenti o non uniformi. In fase di elaborazione, il software che useremo caliberà ogni singolo scatto di flat con il master bias frame, poi gli scatti calibrati verranno sommati e normalizzati per generare il master flat: questo è quello che verrà diviso da ogni singolo scatto di luce, prima che vengano allineati e sommati per generare l’immagine grezza.

 

Metodi per riprendere i flat: pannello luminoso

Il principio base per i flat field è semplice: ci serve una sorgente luminosa e perfettamente uniforme da fotografare. Solo in questo modo i nostri flat field cattureranno tutte le disuniformità del treno ottico.

Uno dei metodi più utilizzati è quello di utilizzare pannelli luminosi già pronti o auto costruiti da porre di fronte all’obiettivo del telescopio come fossero dei tappi. È un metodo semplice e veloce ma non sempre accurato. Questi flat, infatti, hanno un limite noto anche in ambito professionale: è difficile illuminare una superficie in modo perfettamente uniforme e con lo stesso percorso ottico della luce del cielo notturno. Per questo un pannello economico, uno schermo improvvisato o una soluzione fatta in casa possono funzionare, ma non sempre danno il miglior risultato.


Metodi per riprendere i flat: un semplice foglio bianco

Quando utilizzo telescopi di piccolo diametro, fino a 130 mm, la mia tecnica per fare i flat field è ancora più semplice: un foglio di carta A4, completamente bianco da porre di fronte all’apertura del telescopio e una fonte di luce bianca più uniforme possibile posta a circa 50 centimetri di distanza (se facciamo foto nel visibile, senza filtri a banda stretta). Spesso uso addirittura la torcia del mio smartphone, posizionato su un treppiede all’altezza del telescopio che è orientato con il tubo ottico parallelo all’orizzonte (come quando controlliamo il bilanciamento all’inizio della sessione). Questi flat field possono raggiungere la stessa precisione dei migliori pannelli per flat in commercio e spesso superiore rispetto a pannelli luminosi fatti in casa. Ma c’è un metodo per fare i flat di gran lunga migliore che è utilizzato anche a livello professionale.


 flat field fotografia astronomica

Flat facili: una fonte di luce e un foglio di carta sull'obiettivo del telescopio


Il metodo migliore: i flat crepuscolari

La fonte di illuminazione più uniforme e adatta per fare ottimi flat field proviene direttamente dal cielo brillante, poco dopo il tramonto del Sole o poco prima dell’alba. Questi flat crepuscolari prevedono di puntare il telescopio di solito allo zenit, lasciare spenta la montatura (che spesso non è ancora neanche stazionata) e fotografare proprio il cielo brillante, prima che compaiano le stelle ma dopo che il Sole è tramontato (o prima che sorge). La difficoltà più grande di questo tipo di flat, specie se fatti al tramonto, è che dobbiamo trovarci già nella configurazione di ripresa: stessi filtri, stessa orientazione della camera e messa a fuoco perfetta. Per la messa a fuoco, basta puntare un panorama terrestre lontano almeno qualche chilometro e fare il fuoco qui. Non importa se il fuoco durante la notte verrà aggiustato a causa di cambiamenti di temperatura, l'importante è essere a fuoco sempre. Se invece non sappiamo ancora quale sarà la configurazione di ripresa (specie per l’orientazione della camera), allora potremo aspettare l’alba per fare i nostri flat crepuscolari, alla fine della sessione di ripresa. Tranne in casi eccezionali, io uso un'orientazione fissa della camera, con i lati del sensore paralleli alla direzione nord-sud (lato corso) ed est-ovest (lato lungo). Questo mi permette di avere già un'orientazione che segue gli standard più professionali e di essere sempre pronto per fare i flat crepuscolari poco dopo il tramonto del Sole, prima della sessione fotografica.

 

Come fare i flat crepuscolari

La finestra per acquisirli è tra i 10 e i 20 minuti dopo il tramonto del Sole e 20-10 minuti prima che sorga, non appena un’esposizione di 0.5 secondi permette di avere l’istogramma nella giusta posizione. Questa è di solito l’esposizione minima consigliata per i flat. Abbiamo poco tempo, ma è sufficiente. Con il telescopio allo zenit e l’inseguimento spento, facciamo diversi set di esposizioni tra 0.5 secondi (quando il cielo è ancora molto chiaro) e poi a scalare fino a 2 secondi, adattando l’esposizione ai rapidi cambiamenti del cielo. Per ogni set di esposizioni raccogliamo almeno 20 fotogrammi; non importa se la luce cambia tra il primo e l’ultimo flat della sequenza, a patto che ogni sequenza non duri più di un minuto. Non importa neanche se nel campo inizia a comparire qualche stella debole: l'algoritmo di media dei flat per creare il master flat toglierà questi ospiti indesiderati.

La finestra di acquisizione si conclude quando le esposizioni corrette dovrebbero eccedere i 2 secondi (se non usiamo filtri) e nel campo si iniziano a vedere diverse stelle.

In questo modo avremo a disposizione diversi set di flat indipendenti e in fase di elaborazione potremo capire qual è il migliore per i nostri scopi.

I flat crepuscolari sono i più stabili in assoluto, si usano continuamente a livello professionale e anche per la fotografia astronomica con i nostri strumenti amatoriali sono di gran lunga quelli che restituiscono i migliori risultati. Se non li abbiamo mai usati, diamogli una possibilità: non ce ne pentiremo.


flat field corretto

 SIngolo flat crepuscolare ottenuto con un Newton da 20 cm f5 es esposizione di 0.5 secondi. Da notare la posizione dell'istogramma, con la media intorno a 25 mila ADU.


La conclusione più importante

Il punto non è fare “tanti” flat. Il punto è fare flat giusti. Un flat mediocre non corregge davvero; un flat ottimo salva la sessione fotografica e rende molto più facile tutta l’elaborazione successiva. Non basta avere ottime immagini di luce: i flat sono altrettanto importanti!



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