Dopo la controversa e (per fortuna) contestata frase sulla "maternità cool", la senatrice Mennuni risponde alle critiche con questa frase (cito da Open): «Il problema non è solo sostenere economicamente chi mette al mondo un bambino, ma affrontare il problema culturale più profondo»
Quindi per lei il problema non è soltanto il non "poter" avere figli per motivazioni economiche, ma anche il non "volere". Da un lato è un bene che finalmente se ne siano accorti. In tutti i Paesi occidentali si fanno meno figli non soltanto perché costa mantenerli, e si fanno più tardi per via della priorità data alla scuola; ma anche perché... semplicemente ne bastano meno. Oppure, addirittura, si decide di non averli.
Crescono infatti i childfree; ma perfino chi aspira a diventare genitore parla di massimo due-tre figli (dato estrapolabile da qualsiasi sondaggio). Inoltre il numero di figli desiderato si riduce dopo aver messo al mondo il primo o il secondo: le aspettative infatti diventano più realistiche, è facile dire di volere 3-4 figli quando non si hanno; meno scontato farlo dopo aver vissuto sulla propria pelle ciò che comporta crescerne uno a livello economico, fisico e psicologico.
Ma non solo. Non si aspira più ad avere 6 o 7 figli come una volta, e anche le donne arabe, se potessero, ne farebbero molti meno (ma non decidono loro). Cambiano i tempi e cambia anche la mentalità: la prole numerosa non è più vista come l'obiettivo ultimo della propria vita, una ricchezza materiale (più braccia per l'agricoltura), oppure, ancora, il contentino da dare alla Chiesa e allo Stato, che premiavano i più prolifici per i loro interessi tutt'altro che populisti. Sarebbe questo il problema culturale?
Fare figli è l'esperienza più bella della vita, continua la senatrice, "non confligge con altre aspirazioni e coinvolge entrambi i genitori". Forse per lei, che ha un bel lavoro e si può permettere di fare entrambe le cose. La maggior parte delle donne deve prima conquistarsi una certa indipendenza e stabilità economica, poi casomai può pensare ai figli. Anche se il padre ha un ruolo sempre maggiore nella cura della prole (vivaddio), molte madri scelgono di lavorare part time e di occuparsi anche della casa, specialmente le italiane, che preferiscono avere sotto controllo tutto l'ambaradan. Questo ovviamente in termini statistici: rispetto ad altri Paesi sono ancora loro a occuparsi del grosso della casa e dei bambini - con forti differenze fra le varie regioni. Posso dirlo io che non so cucinare, ho la casa zozza e conosco molti uomini capaci perfino di cucire e di fare la pasta in casa, quindi non sto generalizzando. Però in Finlandia tutti (maschi e femmine) vengono educati a essere autonomi fin dalle elementari, e trovare un uomo che sa rammendarsi i calzini non è una sorpresa; da noi sì.
Tuttavia la senatrice insiste a dire che non si tratta di un problema economico, perché durante le guerre si facevano più figli... Eccerto, ma questo è risaputo. I motivi sono comprensibili e numerosi:
- governi famelici di carne da cannone;
- chiese fameliche di seguaci, possibilmente generosi;
- una struttura economica famelica di manodopera a basso costo;
- scarsa conoscenza dei metodi anticoncezionali;
- demonizzazione del sesso senza procreazione (la castità non è un'opzione così semplice...)
- genitori (soprattutto madri) osannati in base alla numerosità della prole...
Insomma, tutte motivazioni fortunatamente decadute e che nessuno vorrebbe riportare in auge, dico bene? Nessuna donna vorrebbe sentirsi un mero "strumento" di procreazione, e sempre più donne rifiutano quel principio di sacrificio di cui qualche scampolo è ancora vivido nella nostra società, quel porsi "dopo" il marito, i figli e la "patria"....
Continua la senatrice: "non vi è una progettualità, anche a causa della precarietà che viviamo" (oddio, a me sembra che l'insicurezza e la precarietà fossero maggiori in un periodo storico in cui non si sapeva di essere vivi o morti l'indomani, ma ok, abbiamo capito che parla del lavoro a tempo determinato) "si pensa al qui e ora, e invece è importante che oltre ad aspirare a un'affermazione personale, lavorativa, si ponga al centro il tema della natalità".
Allora, riflettiamo su un paio di questioni sollevate da questa frase:
1) il qui ed ora: è un concetto importante, proprio della mindfulness e delle correnti che ci spingono a vivere pienamente il presente, invece che rivangare continuamente il passato o affannarsi per un futuro scintillante che non raggiungeremo mai. Chiaramente nessuno l'ha mai inteso come un invito a scialacquare e a consumare il più possibile, ci vuole equilibrio, ma questo è banale.
2) "oltre a... si ponga al centro...": è un'affermazione ambigua: sembra una rassicurazione sui valori che la donna è riuscita faticosamente a conquistarsi nella storia, ma alla fine ribadisce il ruolo predominante che dovrebbe riconquistare la natalità ("centro"). È un passetto indietro... non dico fino al gradino della madre-fattrice e della donna "fatta per avere figli", ma comunque in una direzione rivolta al passato.
Mi piacerebbe far capire a lei, ma anche a tutti gli altri politici (perché qualunque schieramento, alla fine, inserisce fra i suoi programmi la natalità) che il trend ormai è questo, e contrastarlo porterebbe a conseguenze peggiori. Anche se le condizioni economiche dovessero migliorare, anche se fosse più facile, per le donne, conciliare figli e lavoro, non si andrebbe oltre una "generazione di ricambio" (due figli ogni due genitori). Perché finalmente la gente ha capito che non è il numero di figli a fare la differenza, ma la qualità del rapporto con loro, e quindi ai genitori bastano due figli vissuti appieno, piuttosto che 4-5-6 con la vita frenetica che si faceva una volta. Poi c'è ancora chi aspira alla famiglia numerosa, ma sono molti, molti meno rispetto al passato.
E quindi, che si fa?
Si parla di catastrofe, decadenza, apocalisse, crollo economico... Certo, la crisi sarà inevitabile, come quella provocata da ogni cambiamento sociale; ma risolviamo qualcosa incitando le persone, soprattutto le donne, a fare più figli? Cosa ci guadagniamo, a parte l'aumento dei giovani senza lavoro? Perché ricordiamolo: in Italia la disoccupazione giovanile sfiora punte del 40%, e facendo più figli non aumenta certo la ricchezza. Anche perché i genitori guardano al risparmio, e tendono ad acquistare vestitini e giocattoli che, guarda un po', sono fabbricati in altri Paesi del mondo, quindi fare più figli non stimolerà proprio nessun comparto economico "made in Italy".
Non è meglio attendere che i pochi figli di oggi diventino pochi anziani di domani, e che il tessuto sociale si riequilibri? Magari, invece di sperperare risorse preziose in inutili premi alla natalità, usiamole per addolcire le ripercussioni dei prossimi cambiamenti socio-culturali (e tecnologici)!
P.S. E ricordo che i lauti contributi derivanti dalle tasse pagate dai baby-boomers sono già stati usati al d fuori del settore pensionistico, quindi ce li siamo gioché.
Non voglio mettere le solite immagini (e nemmeno quella della senatrice), quindi metto dei gattyny.
E un libro che approfondisce le varie tematiche qui trattate: Childfree: senza figli per scelta - Payhip
Commenti ()