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"Mens Sana in corpo libero", Olio su Tela, 50x70, Artista Zolly

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E se la prigione più dura fosse quella che non ha sbarre?


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Guardi il quadro e ti fermi subito sulle mani.  

Dita intrecciate, strette forte, ma non per amore. Sono incatenate. Il metallo non lascia spazio, la pelle è segnata, i nodi delle dita bianchi per la tensione. 


I colori sono quelli di Zolly: caldi, terrosi, con quella luce sporca di Rinascimento che sembra uscita da una cappella dimenticata. Ocra, rosso mattone, ombre profonde. Ti fanno sentire dentro un affresco antico, ma quello che vedi non è santo.


Sali con lo sguardo e trovi solo gli occhi. Niente volto, niente corpo. Solo due occhi impauriti, in prospettiva, che ti guardano da dietro le mani.  

Non urlano. Peggio: chiedono aiuto in silenzio. È la paura di chi sa di essere libero solo fuori, ma dentro è ancora prigioniero.


Il titolo è una lama doppia.  

“Mens sana in corpore sano” dicevano i latini. Zolly la ribalta: MENS SANA IN CORPO LIBERO.  

La mente è lucida, lo sa. Ma il corpo, anche se libero dalle catene fisiche, resta legato alla paura, all’abitudine, al “non posso”. 


È l’immagine di tutti noi quando ci teniamo stretti a qualcosa che ci fa male solo perché ci è familiare. Una relazione, un lavoro, un pensiero. Le dita sono intrecciate: siamo noi che stringiamo le nostre catene.


Eppure quegli occhi… quegli occhi vedono oltre. Hanno paura, sì, ma vedono. E nel momento in cui vedi, la liberazione inizia.


Zolly non ti dà una risposta. Ti mette davanti allo specchio e ti chiede: tu, cosa stai stringendo così forte da non riuscire più ad aprirla la mano?


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