Sto facendo un tentativo: aggiungere una delle mie recensioni ai libri che leggo.
Il libro di cui voglio parlare oggi non l’ho ancora finito, ma non è uno di quei testi che, come accade nella narrativa, hanno un vero finale. Anzi, fa esattamente l’opposto: lascia un respiro amplissimo, un’apertura che si estende ben oltre la lettura, invitando a un’interpretazione futura di ciò che ti ha concesso di vedere.
Ci sono storie e romanzi che non lasciano molto spazio all’immaginazione: ti fanno viaggiare lungo un tracciato che l’artista scava dentro l’esperienza umana per poi mostrarti qualcosa oltre il racconto stesso. I libri che amo leggere ormai fanno invece l’opposto: ti spalancano campi, deserti, boschi, foreste, oceani, profondità, alture, pianure che aspettano soltanto di essere calpestati, scoperti, tracciati.
Il libro di cui parlo è Seminari sull’interpretazione dei sogni (1928-1930) di Carl Gustav Jung.
Per me è una sorta di feticcio, un totem. Jung non lo considero tanto un autore, ma piuttosto un profeta dei territori della psicologia del profondo. Cento anni fa teneva questi seminari, e successivamente un lavoro accurato di raccolta e ricerca ci ha consegnato oltre settecento pagine dense di pensiero. In quelle aule prendevano parola uomini e donne che cercavano di carpire anche solo un frammento della grandezza delle intuizioni di quest’uomo.
Perché, alla fine, di un uomo stiamo parlando: un essere umano con lo stesso corpo, lo stesso cervello, lo stesso cuore che appartengono a tutti noi. Eppure lui, in quell’esistenza, di quel corpo ha fatto un tempio; dei suoi pensieri, scritture e visioni; del suo cuore, la sorgente di tutto questo. È impossibile immaginare che abbia detto così tante cose senza attingere alla profondità del sentimento, quella funzione inconscia e sfuggente che lui stesso definiva la più difficile da raggiungere.
Questo libro non ti mostra un campo, un oceano, un lago, il sole o le stelle: ti spalanca l’intero universo. Nei suoi scritti Jung scavava senza fine; nei seminari aggiunge un tocco di umanità, la brama di voler dire tutto, e questo rende questo volume uno dei più belli che io abbia letto di lui.
Un libro che non svela nulla, che non riduce, che non offre scorciatoie né rassicurazioni. Non ti dà appigli per giustificare o raggirare ciò che realmente avviene dentro di te. Parte da considerazioni scientifiche e verificabili, ma si inoltra fino alla natura dell’uomo, degli animali, delle piante, fino alle superfici della Terra e della Luna, fino a calarsi nell’interiorità della psiche, dando consistenza anche agli eventi sottili e impercettibili del mondo interiore.
Questo libro è esso stesso un sogno.
Letto con i nostri occhi umani, può sembrare una rivelazione, e uso il termine nel senso più biblico, richiamando anche il mio nome, Giovanni. È un libro per tutti, un libro di tutti, perché in ogni pagina Jung – che fosse in testi semplici o complessi – non ha fatto altro che parlare di se stesso, e così facendo è arrivato a tutti (almeno per il territorio più europeo/occidentale dell’umanità). Questa è la magia, la sacralità che io chiamo “rivelazione”.
Con entusiasmo e profondità, Jung ha studiato ogni angolo del proprio spazio interiore e così ha saputo parlare al mondo. In una sua citazione, forse imprecisa, diceva di ispirarsi alle figure più “grandi” per riuscire almeno ad essere “mediocri”. Quando ripenso a queste parole, mi guardo e mi chiedo quanto ancora più piccolo sarei stato senza averle fatte mie. E guardando Jung, mi domando a chi mai lui si sia ispirato per diventare così grande. L’unica risposta che mi viene in mente è che, per diventare Carl Gustav Jung, egli abbia potuto ispirarsi soltanto a Dio.
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