È il 1917. Un tempo in cui la conoscenza si cercava tra scaffali impolverati, non con un clic. Non c’erano archivi digitali né motori di ricerca: solo libri da sfogliare, lettere da scrivere a mano o alla macchina, e pensieri che prendevano forma lentamente, con il suono della carta.
Guardo a me, oggi, quando preparo un articolo, un commento, un’opinione. Dietro ogni “pubblica” ci sono ore di studio, confronto, riscritture, verifiche incrociate. Lo faccio perché credo che ogni testo — anche un semplice post — debba essere onesto, fondato, capace di restituire un pensiero autentico.
E penso a Freud, nel 1917.
A quell’uomo che, senza alcun aiuto tecnologico, consegna al mondo Introduzione alla psicoanalisi, un’opera che non solo segna la nascita di una disciplina, ma spacca in due la storia del pensiero umano: un prima e un dopo Freud.
Da quel momento, guardare la psiche non sarebbe più stato lo stesso. Cambiò il modo di intendere la mente, la malattia, la società, la guerra, la femminilità, la sessualità, persino l’ombra morale dell’uomo.
Introduzione alla psicoanalisi non è solo un testo di psicologia del profondo: è un manuale di discesa, un invito a sporgersi sull’abisso del proprio mondo interiore. Ti fa sentire più piccolo di prima, ma anche più grande di quanto avresti mai pensato.
La mia predilezione per quello che, in modo improprio, viene definito il “suo allievo” — Jung — mi porta spesso a ricevere la domanda più ingenua e insieme più rivelatrice:
«Ma quindi per te Freud ha detto cazzate?»
La risposta è nella domanda stessa.
E quando mi chiedono: «Ma meglio Freud o Jung?» rispondo sempre: studiateli entrambi. Solo allora capirete che non esiste una risposta giusta — è la domanda a essere sbagliata.
Certo, ho le mie opinioni, e potrei parlarne per ore. Ma, con un pizzico d’ironia, aggiungo sempre: «Non con un freudiano.»
Perché, se devo essere sincero, il solo limite che vedo in Freud è la sua tendenza al dogma: quella rigidità che, a volte, ha chiuso la porta proprio dove la sua intuizione aveva spalancato un orizzonte.
Dagli Atti mancati alla Vita sessuale, passando per Guerra e angoscia, Freud in Introduzione alla psicoanalisi ha detto praticamente tutto. È un viaggio che tocca ogni fibra dell’essere umano.
Leggerlo oggi è come assistere a quelle conferenze: sembra di essere lì, tra il pubblico, mentre la voce di Freud costruisce davanti a te una nuova lingua per parlare dell’invisibile.
È forse un decennio che non torno su quelle pagine, preso da altre letture — sì, parlo di Jung — ma Introduzione alla psicoanalisi mi manca.
E so che presto lo riprenderò in mano, perché i capolavori sono così: ogni volta che li rileggi, si trasformano. Ti mostrano cose nuove, ti correggono le vecchie, illuminano quelle che avevi lasciato in sospeso.
Quindi sì, lo confesso: preferisco leggere Jung. Ma lo faccio inchinandomi davanti a chi, per primo, ha avuto il coraggio di aprire quella porta.
Perché se Jung ha potuto alzare lo sguardo fino alla volta del cielo interiore, è solo perché Freud — con la sua ostinazione, la sua fede nel linguaggio, la sua vertigine — aveva già tracciato il varco.
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