(Riflessione ispirata a un passaggio di Jung)
Dopo aver creato il metodo che uso in Onirica, mi è capitato di leggere queste pagine di Jung. E ho provato una strana sensazione: quella di ritrovare, tra le righe, un gesto antico che esisteva già molto prima di noi.
Jung racconta che, nell’antico Egitto, la medicina non era solo fatta di erbe o unguenti. Quando un uomo veniva morso da un serpente, il sacerdote non cercava un antidoto chimico — leggeva un mito: la storia di Iside che aveva preparato il veleno e sapeva anche come guarirlo.
Il mito veniva pronunciato ad alta voce, come un incantesimo: un modo per chiamare in causa la stessa forza che aveva generato la ferita, così che potesse anche curarla.
Jung spiega che questo non era superstizione. Era un modo per evocare un’immagine archetipica — una verità universale capace di agire sull’inconscio come la musica su una compagnia di soldati stanchi: li rialzava, li rimetteva in movimento.
Ecco perché questo passo mi ha colpito: perché descrive, con parole sue, ciò che oggi cerco di fare con Onirica.
Non “interpretare” il sogno, ma richiamare il mito che si muove al suo interno.
Restituire immagini — antiche o moderne — che risuonano con l’esperienza del Viaggiatore, e che attivano forze interiori sopite.
Quando un sogno mostra il veleno, io non cerco il significato del serpente: cerco Iside.
Cerco la forza che, conoscendo il veleno, conosce anche il rimedio.
È lo stesso gesto dei sacerdoti egizi, solo tradotto nel linguaggio di oggi: un modo di curare attraverso la parola simbolica, non per spiegare, ma per restituire movimento all’anima.
Forse ogni epoca trova il suo modo di guarire.
Gli Egizi leggevano un mito; Jung cercava l’archetipo; io provo a custodire i sogni perché, come allora, la psiche guarisce quando si riconosce in una storia più grande di sé.