Viviamo in un tempo in cui la solitudine non fa più male.
Ma non perché siamo guariti.
Semplicemente, non la sentiamo più.
Abbiamo imparato a costruirci piccoli mondi protetti, gruppi che ci assomigliano, linguaggi ripetuti, valori condivisi.
Ci muoviamo come nomadi dell’identità, saltando da un’eco all’altra, in cerca di chi ci dà ragione.
E quando ci riesce bene, chiamiamo questa chiusura: autenticità.
Ma se l’altro diventa sempre il “cattivo”,
se il conflitto è sempre un’offesa,
se l’unico specchio che riconosciamo è il nostro…
abbiamo perso qualcosa.
Abbiamo perso la memoria dell’altro.
Non l’altro come nemico.
L’altro come soglia, come vento contrario, come custode del nostro stesso cambiamento.
Abbiamo dimenticato che è nel sentirsi profondamente soli che il mondo si apre.
Perché solo chi sente davvero la solitudine, sa ancora cosa significhi essere insieme.
Chi non si sente più solo ha smarrito il dialogo.
Chi non si ferma più a guardare il volto dell’altro ha smarrito la propria anima.
Ma c’è chi ancora resiste.
Chi, anche senza tribù, continua ad ascoltare le differenze,
a parlare con l’ombra,
a restare sveglio nei propri sogni.
Chi è diventato l’Unico della sua specie,
uguale a tutti.
Diverso da nessuno.
Eppure, radicato in sé come mai prima.
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Le parole del Custode
✦ Per chi non ha smesso di cercare negli altri la propria verità nascosta.